01mag 2015
PHILIPPE DAVERIO
Articolo di: Fabiano Guatteri

Il 16 dicembre 2014 abbiamo intervistato il prof. Philippe Daverio, storico dell’arte, su Milano e l’Expo. Pubblichiamo questa intervista oggi 1 maggio 2015, primo giorno dell’Expo, per la sua calzante attualità.

Possiamo considerare Milano la capitale culturale dell’Italia?

Lo è stata nel passato più di quanto lo sia oggi. E’ molto sottotono attualmente. Le manca un momento di verifica, eccezion fatta per alcuni settori specifici come moda, design e pochi altri. Nel campo letterario il primato era più evidente nel passato; nel campo editoriale non andiamo meglio, da un punto di vista artistico non ha più una sua identità

Da cosa dipende la perdita di rilevanza rispetto al passato?

E’ la lunga decadenza di Milano che comincia con le bombe di piazza Fontana. Da quel momento in poi la sua capacità di rialzarsi e di dimostrare che cosa è capace di fare sembra che sia scomparsa. Milano è importante malgrado Milano. Le cose qui avvengono perché comunque è un formicaio pullulante, movimentato, ma la città non riesce più a darsi una figura ufficiale di questo suo vivere. Ci sono tanti luoghi in cui la gente si incontra e si aggrega, le cose succedono, però i momenti di vero protagonismo sono diminuiti se si escludono gli eventi legati ai fenomeni fieristici.

Non ha più espresso una sua società e questo si può vedere anche nei suoi governi cittadini; non abbiamo più avuto una connessione vera tra identità politica e identità cittadina. Ciò perché esiste uno scollamento tra la realtà amministrativa e quella reale, manca un progetto per il futuro della città.Numerose mutazioni architettoniche della città, quella che abbiamo vissuto con i quartieri nuovi e anche con le edificazioni recenti, sono state decise 25 anni fa. Non c’è stata una decisione successiva che abbia influito fortemente su quello che è il tessuto urbano, da un punto di vista architettonico e della viabilità. Milano fatica a immaginarsi come sarà fra vent’anni, mentre una città dovrebbe saperlo. Ma questa mancanza di progettualità non è solo un problema milanese; sarebbe una cattiveria dirlo. E’ un problema trasversale dell’Occidente. L’Europa in generale è in un momento di fermo psicologico, di sospensione, e Milano partecipa in pieno a questa sospensione. Milano è comunque la città più importante d’Italia, non c’è dubbio. Ma non è proiettata… anche gli eventi che succedono incidono, graffiano meno del previsto.

Nel campo delle tendenze però svolge un ruolo di guida, come la Milano da bere degli Anni 80.

Milano da bere fu una risposta positiva alla depressione internazionale. Oggi ne parliamo male, ma se abbiamo ancora qualche evento vivo… tutto è partito da lì, nel campo della cultura, soprattutto nel teatro, del design, del food fashion.C’era più fermento anche culturale. Ci fossero ancora quegli anni lì, saremo tutti più contenti

Tutto ciò che parte da Milano fa tendenza: dagli happy hour, a finger food per proseguire con gli street food. Ma tutto ciò è l’originalità milanese o il provincialismo che intravede ciò che succede nelle grandi città straniere veramente cosmopolite, lo prende e lo ripropone?

In Europa non ci sono città cosmopolite, se si esclude Londra, che però il suo cosmopolitismo è dei ricchi, che non è sufficiente in sé . Non ci sono le New York, le Shangai… là sì che si sente il cosmopolitismo. Qui a Milano si avverte poco. Un po’ credo che sia responsabile la politica perché il cosmopolitismo ha anche bisogno di qualcuno che lo lanci, che lo proponga, e non può essere il singolo a proporlo.L’unico cosmopolitismo milanese è quello automatico: è la città con il più alto numero di stranieri che opera, arriva un po’ di tutto, ma manca oggettivamente un progetto.

Per cui Milano è una capitale provinciale?

No, è una capitale piccola. La parte sua viva non è affatto provinciale, è in grado di dialogare nei campi importanti degli affari, della creatività. Però la parte viva non riesce a trainare l’altra parte. 

Milano come arriverà all’Expo. Sarà un evento universale, ossia di tutti, o solo di una parte. Sarà una ricchezza per tutti o per qualche introdotto?

Auguriamoci che funzioni. Molto spesso alla fine ci salva la fortuna; abbiamo fortuna, ci salverà un colpo di fortuna.Quello che è venuto a mancare nell’Expo, almeno sino a ora, è la partecipazione nazionale. Sarebbe stato bello se in una logica dell’Expo il comune si fosse già mosso a comunicare cosa contiene; che la regione si fosse mossa; che il ministero dei beni culturali avesse fatto altrettanto. Invece non mi sembra che ci sia staro molto movimento. Il privato si muove, ma non è in grado di gestire oggettivamente una comunicazione oppure un’informazione. Allo straniero che viene dall’Asia o dall’America che cosa viene offerto? Cosa gli proponiamo? Cosa gli raccontiamo? L’Expo è una sorta di grande fiera paesana. Verrà tanta gente anche dall’Italia, e chi si fermerà qualche giorno che cosa troverà? Che cosa raccontiamo anche agli italiani? 

I musei di Milano, ma anche quelli raggiungibili in poco tempo come Bergamo, Brescia, Torino, Bologna, hanno preso iniziative? Il piano locale è fragile, quello nazionale per il momento non c’è ancora. Può darsi che ce la facciano nei prossimi e mesi. Però non abbiamo sentore di gente all’opera. Il tema sarà l’alimentazione, ma non si sente una comunicazione dell’Italia in tal senso; e sarebbe stato abbastanza intrigante anche per gli italiani che arriveranno. 

L’Italia non propone niente oltre all’Expo mentre chi viene in Italia sa che è nota per la sua storia, per i suoi musei, anche se sono un po’ claudicanti, è nota per la sua eredità storica. Ma a chi arriverà cosa racconteremo di tutto questo? Sino a ora non c’è niente e non mi sembra che sul fornello ci siano delle cuccume che stanno cuocendo. Penso che ci sarà improvvisazione, anche se l’improvvisazione non è il migliore degli strumenti

Attorno a Expo, almeno sino a oggi, non è nato un ufficio comunicazione turistico, culturale, storico e ambientale. E questo è una carenza del sistema Italia. E’ l’Italia che non ce la fa. Non è imputabile a Expo. L’Expo doveva essere un catalizzatore di altre forze esistenti nel paese, di una mobilitazione; mobilitazione che non è avvenuta. E’ come se non riguardasse l’Italia. Il Teatro alla Scala rimarrà aperto, ma è un elemento piccolo. Il visitatore si chiederà, senza aver risposta, cosa posso vedere a un’ora dall’Expo, e a tre ore? a un giorno? Invece avrebbe dovuto sentirsi dire “se sei venuto per l’Expo perché non vai a visitare il tal sito, la tal città, la tal regione”. Le stesse regioni avrebbero potuto pubblicizzarsi. Ma nessuna a oggi l’ha fatto visto che pubblicità RAI non ne ho ancora viste… “il Piemonte vi aspetta…” oppure “venite a vedere le ville venete”... Invece niente. E’ una roba strana.

Philippe Daverio

 

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